Editoriale

Estote parati…ricordando Antigone

di Antonio Amato

La notissima locuzione latina, che riecheggia nel Vangelo di Matteo laddove si ammonisce essere imperscrutabile all’uomo l’ora nella quale il Figlio dell’Uomo verrà, rammenta l’imperativa necessità di farsi trovare preparati di fronte ad eventi ipotizzabili ma ai quali non è possibile attribuire una esatta collocazione cronologica. Il 31 gennaio u.s., dopo l’accertamento dei primi due casi italiani di Covid-19 (i due famosi turisti cinesi che alloggiavano presso un hotel della Capitale), il Governo del nostro Paese dichiarava – mutando il modo imperativo in indicativo presente – “Niente panico, siamo preparati”.

Prendendo a prestito il linguaggio militare, che così largamente verrà utilizzato dai mezzi di informazione nelle settimane successive per tratteggiare descrizioni da scenario bellico, quali “forze amate” poteva schierare il nostro Paese per fronteggiare un’epidemia con la tranquilla sicurezza di chi possiede strategie collaudate e particolareggiati piani di difesa?

I dati macroeconomici mostrano che in Italia nell’ultima decade, a differenza di Germania, Olanda e Spagna, la percentuale della spesa sanitaria sul totale della spesa pubblica si è costantemente ridotta e che la percentuale rispetto al PIL ha evidenziato anch’essa una flessione progressiva scendendo sino al 6.8% nel 2018 (superiore solo a Grecia, Portogallo e Spagna e inferiore alla media UE del 7.9%). La spesa sanitaria pro capite ci vede posizionati dopo Usa, Canada, Francia, UK, Germania e Giappone, con una crescita costante delle spese non rimborsabili a carico delle famiglie (out of pocket) che hanno raggiunto il 24%, contro una media UE del 16%. Un gap con gli altri Paesi occidentali la cui traduzione in indicatori strutturali ci restituisce un panorama poco confortante: abbiamo 3.2 posti letto ospedalieri ogni 1.000 abitanti contro i 6 della Francia, gli 8 della Germania, i 13 del Giappone, secondo i dati OCSE 2017 siamo al 19° posto su 23 paesi europei in quanto a posti letto di terapia intensiva, la residenzialità per anziani dispone di 18.6 letti per mille anziani contro i 54 della Germania, gli infermieri sono 5,8 ogni 1.000 abitanti contro i 7,8 del Regno Unito, i 10 della Francia e i 13 del Giappone. E si fa solo cenno alla desertificazione delle corsie dopo anni di blocco del turn-over, all’età media elevata della classe medica, alla vetustà delle strutture ospedaliere il 63% delle quali ha superato i 40 anni, alla obsolescenza delle dotazioni tecnologiche, all’ipertrofia burocratica – amministrativa, ai limiti organizzativi e di mezzi della medicina territoriale. Il tutto inserito nella cornice di una distribuzione geografica a macchia di leopardo tanto per densità quanto per qualità dei servizi.

Un lungo elenco di segno negativo che rende conto della debolezza strutturale del sistema sanitario, evolutasi nel panorama di un declino economico nazionale, con dinamiche analoghe a quelle di altri comparti strategici quali la ricerca scientifica, l’istruzione, i trasporti. Date queste premesse, ritenersi parati di fronte al rischio di una guerra pandemica scatenata da un avversario mai incontrato prima, del quale i servizi di informazione posseggono notizie lacunose circa le potenzialità e le modalità offensive, contro il quale non disponiamo di armi d’attacco intelligenti e mirate ma possiamo attivare solo sistemi tradizionali di difesa per arginarne il dilagare e tenerlo a distanza (salvo scoprire che la loro produzione nazionale è totalmente insufficiente), ricorda inevitabilmente altri precedenti non esaltanti della storia patria.

In realtà, occorrerebbe già riuscire a spiegare come, in tempi ordinari, una quantità di risorse inadeguata inserita in un processore datato produca un output che garantisce al nostro Paese un’aspettativa di vita superiore di due anni alla media UE, un’elevata efficacia nell’evitare morti premature con uno dei livelli più bassi in Europa di cause di mortalità prevenibili (secondo posto) e trattabili (quarto posto), riuscendo nel contempo a preservare il carattere universalistico del sistema. Figuriamoci produrre un modello interpretativo che con la forza della logica desuma per inferenza come il sistema abbia potuto resistere ad uno tsunami epocale, esibendo curve di crescita dell’epidemia e numero di decessi analoghi a quelli degli altri Paesi occidentali con la sola eccezione positiva della Germania. Un esercizio esegetico che, peraltro, si muove in un contesto culturale generale che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della interconnessione digitale, presenta invece stimmate non significativamente diverse rispetto alle grandi epidemie dei secoli passati. Un deragliamento della ragione che Umberto Eco, analizzando la descrizione manzoniana di quella che diventerà la peste letterariamente più famosa, aveva definito come un processo di “teratologia semiosica”, cioè una falsificazione e distorsione di significanti e sostituzione di significati. “In principio dunque non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo”: abbiamo ancora nelle orecchie le voci rassicuranti che dai tavoli dei governi e dalle cattedre dell’accademia, passando per selve di microfoni in trepidante attesa, avvolgevano il pianeta in un rassicurante “è solo un’influenza”. Poi, mentre le cifre del contagio si gonfiavano, sempre di influenza si trattava ma un po’ più “virulenta” rispetto al solito: “Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’annette per isbieco un aggettivo”. E Ludovico Settala, il protofisico che per primo diagnostica la vera natura di questa “strana malattia” e per questo rischia il linciaggio passando per un nemico della patria, nella versione odierna ha gli occhi a mandorla di uno sconosciuto ricercatore cinese che, come il suo predecessore milanese, sarà a sua volta vittima anch’egli della censura e del contagio. L’analogia prosegue agilmente laddove si prenda in considerazione la moltiplicazione di editti e ordinanze in un dedalo di gerarchie normative. Anche la comunicazione scientifica ha conosciuto i suoi cortocircuiti, in un rincorrersi e amplificarsi di breaking news su ipotesi patogenetiche e presunte terapie efficaci, generando un overload informativo che è ormai la cifra dei nostri tempi. É emersa con evidenza quella che in termini epistemologici potrebbe definirsi l’intrinseca debolezza di ogni metodo induttivo: quanti casi particolari sono necessari per giungere alla formulazione di una legge generale? O, per dirla con Eco in termini retorici, quanta consistenza deve raggiungere una parte onde poter rappresentare per sineddoche il tutto? La crescita esponenziale del contagio e l’urgenza di una risposta ha messo in ombra il principio di fallibilità, che è cardine della conoscenza scientifica: ogni ipotesi necessita di una validazione sperimentale metodologicamente corretta, in difetto della quale va rigettata. Con l’onesta intellettuale di trasmettere quello che si conosce e ammettere quello che ancora non si è indagato a sufficienza.

In coda a queste riflessioni, non mi pare asserzione iperbolica sostenere che, date le premesse e il contesto, se i dati epidemiologici sono in costante miglioramento, se il numero dei guariti è in costante aumento, se il Paese adesso prova a ripartire, larga parte del merito vada riconosciuto al software del sistema. Alla abnegazione, alla flessibilità, alla generosità, alla disponibilità al cambiamento in tempi brevissimi che con fatica immaginiamo riproducibile in altri segmenti della vita nazionale, all’intuito clinico e alla capacità critica quando manca il supporto di evidenze scientifiche forti e raccomandazioni condivise, all’humanitas quale declinazione concreta dell’ “humani nihil a me alienum puto” di terenziana memoria, insomma al patrimonio di esperienza e di competenze professionali e umane che gli operatori sanitari hanno saputo mettere in campo.

Un impegno molto spesso gratuito nei modi, in quanto frequentemente esuberante ogni obbligo istituzionale, non nel prezzo da pagare in termini di tensione emotiva, fatica fisica, carico psicologico, paura per sé stessi e timore di essere fonte involontaria di contagio per i propri cari. Un prezzo irragionevole e inaccettabile se contiamo il numero di decessi e contagi dovuti a ragioni professionali. Eventi non imputabili – in troppi casi – alle algide leggi della probabilità che governano il bios ma, riprendendo il gergo militare, alle lacune nell’organizzazione della linea difensiva con direttive contraddittorie e confuse piuttosto che all’inadeguatezza dell’equipaggiamento, con armature non disponibili, di fortuna o inadatte alla situazione.

A loro, a quanti hanno pagato la dedizione assistenziale con la vita, vorrei dedicare le parole di Rossana Levati, docente di Latino e Greco presso l’Istituto di Istruzione Superiore “V. Alfieri” di Asti, che ringrazio profondamente per la gentile autorizzazione. Si tratta di una rivisitazione illuminante della tragedia di Sofocle, una ricostruzione del dialogo fra Creonte e Antigone nel quale la figlia di Edipo contesta il decreto del tiranno che le impedisce di dare sepoltura al fratello Polinice morto in battaglia, come invece la legge naturale le impone. Con straordinaria sensibilità, la tensione etica che informa il rapporto fra pietas e nomos viene rielaborata alla luce delle attuali contingenze, continuando ad essere continua fonte di riflessione e di ispirazione.

CREONTE
Dico a te, che tieni il volto abbassato: ammetti o neghi di aver compiuto queste azioni?

ANTIGONE
Lo ammetto, non lo nego: sono stata io

CREONTE
Dimmi dunque: non eri al corrente del decreto?

ANTIGONE
Certo, era pubblico: come potevo ignorarlo?

CREONTE
E allora, disgraziata, come ti sei permessa di violare la legge?

ANTIGONE
Non c’è giustizia alcuna nella tua legge, per questo l’ho violata. Tu lo devi sapere, che essere uomini è più grande dei tuoi decreti, che l’umanità ha le sue leggi non scritte, che vivono da sempre, che ci accompagnano da sempre. Sei tu che le ignori, non io.
Quanto a me, so bene di essere una creatura mortale, e nessun decreto può cambiare questo fatto e trattenermi in vita, oltre il mio tempo.
E se dovrò morire prima del tempo, sarà un guadagno. Sarebbe stato un dolore peggiore se avessi dimenticato la mia umanità. E se ti sembro folle, guarda in te stesso: forse la mia follia è la risposta alla tua.

CREONTE
Arrogante sei, ed ostinata. Ti elencherò i delitti, perché sia chiaro a chi ascolta quante regole hai trasgredito e quanto è giusta la tua punizione.
Testimoni ti hanno vista avvicinarti al corpo di tuo fratello, e toccargli le mani. E il viso, pure quello gli hai toccato, e hai abbracciato il cadavere e l’hai accompagnato al funerale: era proibito, lo sai!

ANTIGONE
Non potevo lasciarlo andare via così, senza un ultimo abbraccio, da solo, nel silenzio. Quale gloria migliore che racchiudere mio fratello nel sepolcro dopo avergli toccato le mani? Quale gesto migliore che non permettere che andasse nell’aldilà senza un mio saluto e senza me al suo fianco?

CREONTE
Taci! Hai contaminato la città con le tue mani, mentre il mio decreto la vuole preservare.
Con quelle mani empie hai portato il contagio di casa in casa; ti hanno visto aggirarti nell’agorà, parlare con gli anziani senza protezione alcuna: era proibito! Non hai coperto la tua bocca col velo, come stabiliva la legge!

ANTIGONE
Sì, ho tolto il velo per salutare una vecchia parente…è sorda, non poteva ascoltarmi, ma ha potuto leggere il mio messaggio d’amore per lei sulle labbra. La solitudine del cuore uccide tanto quanto questa malattia che ci ha invaso… Non potevo voltarmi dall’altro lato né salutarla da lontano con gesto furtivo della mano, come impone questa tua legge…

CREONTE
La sentite? Si vanta di aver trasgredito il mio decreto…se ne fa una ragione! Sei ostinata come tuo padre Edipo. Non sai cedere ai mali. Né sai obbedire a chi è più in alto di te. Ma ti spezzerai, come gli oggetti che vanno in frantumi…

ANTIGONE
Tutto è in frantumi Creonte, la nostra vita, e quel che è peggio, la nostra umanità. Ci sono più cose nel cuore dell’uomo di quelle che tu vuoi definire con i tuoi decreti. Cose che dobbiamo fare per tutti, e soprattutto per chi amiamo.

CREONTE
Piccola arrogante superba! Ora aggiungi insulto a insulto e ti compiaci della tua infamia, deridendo la legge. Ti hanno visto entrare nelle case, portare il tuo fiato contaminato agli altri cittadini, a mio figlio…

ANTIGONE
Emone è il mio…

CREONTE
No! Emone non è di nessuno, appartiene alla città, come tutti noi! Questa è l’unica legge ora! Preservare la città, garantire la sopravvivenza. E tu, serpe che vivi nella mia casa, vipera funesta, hai scelto di stare con i morti, non con i vivi!

ANTIGONE
Io non sono nata per l’odio, ma per l’amore. E anche tu Creonte, anche se lo neghi. Non puoi trasformare la città in un deserto, perché questo stai facendo. Pensi alla sicurezza di tutti e all’amore di nessuno, distruggi famiglie, affetti, come se ognuno di noi fosse solo al mondo! E la morte è al nostro fianco, non si fermerà per i tuoi decreti ma forse la fermerà la pietà di qualcuno….

CREONTE
Fate tacere questa pazza! Taci, disgraziata! Lo sai che il contagio si aggira sottile di casa in casa, passa di corpo in corpo, si diffonde tra i corpi dei vivi e li trasforma in morti! Questa donna non si è preoccupata di isolarsi, lei, la superba, l’infallibile, la superiore a tutti, ha continuato a girare per la città, senza motivo di pubblica utilità, ma per il suo personale e stolto bisogno di cercare un pubblico a cui mostrare le sue virtù! Infame! E quando nell’agorà vedesti un’anziana donna cadere, schiacciata dal peso degli anni, mentre tutti l’hanno giustamente lasciata in terra per evitare il contagio, tu la soccorresti, ti avvicinasti a rialzarla con le tue mani empie…

ANTIGONE
Era la mia vicina, abitava presso la casa di mio padre da molti anni. Da piccola giocavo sulle sue ginocchia quando mia madre Giocasta si perdeva nei pensieri, nei dubbi, nei deliri. Lei c’era per me, in quei giorni cupi. Ma se anche fosse stata una sconosciuta, l’avrei fatto ugualmente…

CREONTE
Sentite questa cagna come si vanta! E’ intollerabile. E altri testimoni ti hanno vista compiere un gesto ancora più nefasto, con quelle stesse mani con cui hai abbracciato il cadavere di tuo fratello, con quello stesso corpo con cui lo hai accompagnato alla tomba! Infame! Hai toccato le mani dei cittadini con quelle tue mani empie, hai distribuito saluti a chi conoscevi da tempo, e anche a chi non conoscevi, mentre proprio di loro dovevi prenderti cura e preservarli dalla morte… Sei andata a cercare la tua nutrice e l’hai abbracciata a lungo: ti hanno vista, non lo puoi negare.

ANTIGONE
Non lo nego infatti, l’ho fatto e ne sono fiera….E’ sola al mondo, non vede più nessuno da tempo, non ha figli nella sua casa, né nipoti. Ripiegata su se stessa, attende la morte nel silenzio e io ho voluto spezzare dolore e solitudine. Nulla di quello che ordini appare giusto ai miei occhi. E tutti sarebbero d’accordo con me, e lo direbbero, se non avessero paura, paura di te e di questa morte che ci circonda, che vogliono nascondere, sconfiggere…Ma mentre tu scrivi le leggi, il nostro cuore si svuota. Alla fine di tutto, come potremo ridare i saluti che abbiamo negato, chi conterà i baci perduti, gli abbracci mancati alle sorelle, ai fratelli, ai parenti, agli amanti? Se oggi li perderemo senza dir loro una parola, questo vuoto si dilaterà dentro di noi….

CREONTE
Tu, pazza, tu vuoti la città, con i tuoi comportamenti empi. Tu non hai pietà di nessuno, mentre ti riempi la bocca di parole d’amore. Portatela via! Chiudetela in una stanza da cui non possa più uscire, fino alla fine di questo funesto delirio!

ANTIGONE
Un’altra vita è possibile, Creonte, ma non lo vuoi vedere. Tu stesso non sai che destino ci attende, come nessuno di noi. E le tue leggi sono solo leggi, ma la vita non la puoi definire, fermare, limitare…la vita è vita, che scorre e che si nutre di amore…

CREONTE
Via, via! Portatela via dalla mia vista! Che nessuno ascolti le sue parole empie…Tu sei un pericolo per la nostra salvezza, per i tuoi cari, per l’intera città! Non ripetete le sue parole! Tappatevi le orecchie, non ascoltate il suo delirio! Viaaaa!

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