La nostra fase 2 di Sara Bartola

Questo temporale sta lavando il nostro ospedale. Pochi pazienti ormai. Sembra di rivivere la pioggia purificatrice de “I promessi sposi” alla fine della peste.

Ripenso a tutta la vicenda.

Smonto di guardia quella domenica. Un cerchio silenzioso di dirigenti all’ingresso dell’ospedale. Una riunione in emergenza. Si palpa tensione, paura, sgomento. Ciò che si ventilava come ipotesi è entrata a mo’ di tempesta nella nostra realtà: la pandemia. Mi siedo e ascolto. C’è da rivoluzionare un intero sistema sanitario nel più breve tempo possibile.

Immane il lavoro di tutti per organizzare percorsi, materiali, risorse umane. Si spostano i pazienti residui in altre strutture sanitarie che fungono da cuscinetto al nostro ospedale; si sposta l’ingresso; si allestiscono spogliatoi e docce; si organizzano le lavanderie; si repertano materiali di protezione per il personale; la farmacie è in fermento nel reperire materiali di tutti i tipi; si allertano e coordinano tecnici e amministrativi di ogni ordine e grado; si organizzano percorsi; si chiudono e riconvertono reparti; si dà dimostrazione pratica di vestizione e svestizione; si organizzano turni lavorativi nuovi con personale dislocato dall’abituale reparto di pertinenza. Tutto nel giro di pochissimi giorni. Organizzazione titanica.

Il personale sanitario. Noi non fiatiamo. Capiamo il momento storico al quale siamo chiamati a partecipare. Ci guardiamo leggendo paura ognuno negli occhi dell’altro. Organizziamo la nostra vita familiare. Molti che abitano lontano da qui si isolano in questa città in appartamenti estivi; altri si isolano in stanze o taverne dal resto della famiglia per un numero ancora ignoto di giorni; nessuno va a trovare genitori anziani. Siamo tutti terrorizzati di ammalarci e di ammalare in nostri familiari. Autoisolamento all’ennesima potenza. Ci facciamo coraggio. Iniziamo.

Nelle stanze all’ingresso dei reparti ci sono dei cartelli appesi per ricordare i vari passaggi della vestizione. Il primo cartello recita “calma”. Devono averci letto nel pensiero! Iniziamo. Quindi calma. Prima i guanti, poi i calzari, la tuta, altri guanti, occhiali, mascherina, cuffia….oddio…forse era tuta-calzari-guanti? Si ricomincia, leggi meglio. Calma…

Si entra. Fruscio dei nostri passi con i calzari in plastica. Sembra di essere sospesi in un’altra dimensione. Non riconosci i colleghi presenti in reparto intabarrati così: scriviamo i nomi sulle tute. Non più un cellulare accanto che ti connette con il fuori di qui, non più un taschino dove riporre una penna o un cordless, non è più possibile soffiarsi il naso, mangiarsi una caramella, bere un po’ d’acqua o andare a fare la pipì: non più cento altre ovvietà che questa nuova modalità di lavoro ha spazzato via. Accogliamo i primi pazienti che vengono ricoverati in massa. Seguiamo i protocolli, studiamo le comorbidità. Somministriamo ossigeno, Cpap, ventimask, somministriamo farmaci, nutrizioni. A volte, purtroppo, dobbiamo somministrare morfina. Molti vengono da altre realtà ospedaliere. Cerchiamo di essere più professionali e umani che possiamo. Sono persone sole per isolamento: i familiari non possono ovviamente entrare. I più sono vecchietti. Ci occupiamo dell’igiene personale e cerchiamo di farli mangiare perché questa malattia dà un’astenia tale da non riuscire neppure ad alzare una forchetta. Cerchiamo di tenerli in contatto con i loro congiunti con cellulari, cordless e con tablet donati. Ci giungono voci che una di noi è intubata in rianimazione e che anche la primaria della rianimazione si è ammalata. Sgomento di tutti. La paura sale. Lo pneumologo gira come un pazzo per assistere a tutti i malati. I rianimatori salgono al volo aiutandoci con le ossigenazioni. Infermieri specializzati inseriscono picc. I tecnici di radiologia passano costantemente con il loro catafalco a fare lastre. Stranamente le consulenze in questo momento storico, a differenza di ciò che succedeva nella normalità, non tardano a venire. La squadra delle pulizie è puntuale e maniacale. Leggo un articolo di un paziente morto in altro ospedale: un articolo terrificante dove il vecchietto era profondamente ferito dall’indifferenza del personale sanitario ed è morto solo in mezzo all’indifferenza e alla freddezza del personale che lo avrebbe dovuto assistere. Mi sono detta beh, non noi, non siamo così, noi siamo umani. Ho visto festeggiare compleanni di pazienti in reparto, ho visto regalare riviste ai degenti, ho visto imboccare le persone e scherzare con loro. Chiamarle per nome. Ho visto portare un gelato a una ragazza down che reclamava la mamma; ho visto regalare rasoi e schiuma da barba. Ho visto tanti piccoli atti di umanità che mi fanno dire che noi siamo belli.

Ora tutto questo sta per finire. Questo siamo stati. Ognuno di noi ha una nuova pagina scritta nel libro della sua vita.

La nostra fase due è stata tornare a fare i Medici. Non più Chirurghi, non più Chirurghi colo-rettali, solo Medici, “solo”…..

Sara Bartola
UCP Civitanova Marche
UOC Chirurgia generale

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11/05/2020
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